Il frantoio normanno

Il frantoio ipogeo normanno

 

Immediatamente dopo la ricostruzione bizantina del 967 e via via che assumeva la dimensione ed il ruolo di “via puplicam” via Cava si imponeva sempre più come l’arteria simbolo della ricostruzione. Vitale, ricca di attività produttive quali fornaci e botteghe artigiane di vario tipo, non c’era ambiente sui due fronti della strada che non fosse cavato per ricavarne ambienti di lavoro. Segno inequivocabile della fiorente attività che si svolgeva lungo via Cava è indubbiamente la presenza di alcuni frantoi dei quali un paio ubicati nella parte alta sotto scaletta San Martino ed un altro verso la parte bassa. Quest’ultimo è davvero imponente ed è un vero peccato che per alcuni decenni sia finito completamente nell’oblio ed interdetto alla fruizione pubblica dopo che gli ambienti furono restaurati, senza peraltro essere stati sufficientemente studiati, negli anni Ottanta nell’ambito del piano di risanamento.

Nella nostra Puglia, terra di ulivi millenari, fortemente caratterizzata da un elevato numero di frantoi ipogei scavati nella roccia, questo frantoio, che ha continuato a produrre per molto tempo secondo le tecnologie descritteci da Catone, dal Columella e da Varrone, potrebbe essere fra i più antichi ed in ogni caso il più imponente all’interno di un grande agglomerato urbano. E’ a questo sito che fa riferimento un vecchissimo atto notarile risalente addirittura al 1084 e redatto in doppia lingua (greca e latina).

Strateliatus filius Ioannis Nicolao Patricio tradit speluncam positam loco vulgo dicto Cava, ut in ed trapetum impensis ipsius Nicolai extruatur, uterque vero tum spelonca tum trapeto communi iure utantur”

Il solo rileggere alcuni passi di questo straordinario documento entrando in questi ambienti è una sensazione di viaggio nel tempo che solo alcuni ambienti in Città Vecchia sono in grado di offrire.

La visita al frantoio mostra come sia perfetta l’integrazione fra edilizia in negativo, scavata nella roccia, e quella realizzata in costruzione. La lettura stratigrafica degli alzati e dei tagli di cava, oltre alla presenza residua di molte macine, ci fa comprendere la complessità e la longevità di questo ambiente produttivo di età normanna.

Dal punto di vista geologico all’interno del sito è possibile osservare i fronti di scavo delle formazioni delle calcareniti del Tirreniano (calcareniti di Monte Castiglione), le quali mostrano una tipica grana grossolana e risultano essere piuttosto farinose al tatto e di colore grigio-giallastro. Tali calcareniti, note localmente come “tufi”, presentano una stratificazione omogenea ed una struttura compatta, priva di rotture. Sono inoltre visibili alcuni resti fossili, tipici di ambiente di sedimentazione litorale in clima caldo. Fra questi possono essere identificati molluschi quali Patella ferruginea, Thericium vulgatum, Aporrhais pespelecani, Strombus bubonius, Polinices lacteus, Semicassis saburon, Charonia nodifera, Spondylus gaederopus, Acanthocardia echinata, Venus verrucosa, Dosinia lupinus lincta, Solenocurtus chamasolen. (in collaborazione con Silvia De Vitis e Angelo Doglioni. Il documento in “Syllabus graecarum membranarum ed. F. Trinchera, Napoli 1865” è stato tradotto da Mario Lazzarini).

Nobilissima Taranto
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